Ieri sera ho finalmente visto Joker: Folie à Deux, dopo più di 10 mesi dalla sua uscita al cinema, perché tutti quanti ne avevano parlato talmente male che avevo finito per non vederlo, nonostante il primo Joker mi fosse piaciuto un casino. Strano, perché di solito per scegliere il film da vedere non mi faccio influenzare dagli altri, visto che seguo sempre una delle mie tre regole: 1) è diretto da un regista che mi piace; 2) sono nel mood di vedere esattamente quel film; 3) m’incuriosisce la storia.
Per storia intendo quelle due righe con le quali vengono mandati in giro i film, anche se a volte vengono scritte a cazzo dal distributore, e poi manomesse dallo streamer di turno che le deve fare rientrare in un numero di caratteri prestabiliti da qualche eminenza grigia che supervisiona ignoti programmatori oscuri verosimilmente fuggiti da una serie tipo Severance. Però, purtroppo, quelle poche righe di trama sono tutto ciò mi è dato di sapere sul film, per via della mia quarta regola: non vedo mai il trailer prima di vedere un film (li vedo sempre dopo, ma questa è un’altra storia, che prima o poi scriverò, magari su un tovagliolo di carta al ristorante mentre aspetto la pizza).

La quinta regola, che fino a ieri non era una regola, ma solo una tendenza che da oggi diventerà un precetto, è improvvisamente diventata la più importante di tutte: mai fidarsi delle recensioni, dei suggerimenti dell’amico, del rating di IMDB o Rotten Tomatoes o Metacritics, del pescivendolo sotto casa, dell’amico regista di film sperimentali, del cognato produttore di B movies, della moglie vincitrice di 3 Oscar, del conoscente che gestiva un noleggio di VHS negli anni Ottanta, dei consigli di Quentin Tarantino, dello spacciatore del parchetto all’angolo.
C’è poi una sesta regola, che a logica penso fosse la quinta, prima che la quinta diventasse una regola e relegasse quest’ultima in una sesta ma pur decorosa posizione: guardo sempre il sequel di un film che mi è piaciuto. Questa regola è sempre seguita da un avviso tra asterischi (*attenzione, le parole che seguono non sono adatte a un lettore particolarmente impressionabile*) perché ha generato un certo scalpore all’interno di certi ambienti fintamente intellettuali del mio cervello, e infatti da giovane non vedevo mai i sequel perché «tanto sono sempre delle stronzate che rovinano il film originale». Dopotutto, chi non si è mai svegliato nel cuore della notte sudato e tremante per via dell’incubo ricorrente di essere al cinema a vedere Matrix 2 con le porte sigillate dall’esterno e senza via di fuga, riuscendo però ugualmente ad aprirsi un varco verso l’esterno attraverso i tubi dell’impianto di condizionamento perché l’istinto di sopravvivenza fa fare cose impensabili, per ritrovarsi nella sala cinematografica a fianco dove viene proiettato Matrix 3 con le porte sigillate dall’esterno e senza vie di fuga? Il numero di sequel catastrofici è talmente alto, che ogni cinefilo che si rispetti ha imparato ad abbassare le aspettative in modo inversamente proporzionale al numero che segue il titolo originale (la tragedia dei sequel di Matrix è che non avevano numeri, si chiamavano Reloaded e Revolutions, anche se nessuno si ricorda mai quale venga prima e quale venga dopo: il numerino 2 e 3 se lo sono guadagnati sul campo, dopo ore ed ore di meritati fischi nelle sale di tutto il mondo).

Però poi ti viene in mente che esiste Indiana Jones 3 che è più bello del primo, il Padrino Parte II che se non è meglio del primo (è meglio del primo) è almeno sullo stesso piano, la prima trilogia di Star Wars (che poi tecnicamente è la seconda, quindi anch’essa un sequel, anche se è stata prodotta vent’anni prima della trilogia originale). Più passano gli anni, e più capisci che non si può lasciare che un Rambo 2 o un Rocky 3 taglino per sempre le gambe a tutti i sequel della storia del cinema, anche perché non vedere sequel al giorno d’oggi significherebbe escludere il 90% dei film prodotti negli ultimi anni.
Insomma, quello che voglio dire è che il mio processo di selezione del film da guardare è piuttosto semplice: se un film rientra in una delle 3 regole, che poi sono 4, anzi sono appena diventate 5, ma poi c’è anche la sesta… lo devo assolutamente vedere. Punto.
Il problema è che la mia lista dei film da vedere è infinitamente lunga, e se qualcuno di loro nel momento in cui scrivo ha ricevuto un misero 31% da critica e pubblico su Totten Tomatoes (prima volta nella storia che pubblico e critica sono concordi al centesimo) e un 5.2/10 dal pubblico di IMDB, ma solo perché il calcolo che fanno non è matematico, bensì basato su una formula più segreta della ricetta della Coca-Cola, che non calcola la media aritmetica (su 168.000 votanti, 26.000 hanno dato al film il vota 1/10), allora qualche dubbio che il film possa essere effettivamente brutto ti viene.

Insomma, alla fine sono riuscito a decidermi a vedere Joker: Folie à Deux e, per i pochi temerari che sono arrivati a leggere fin qui, devo dire che mi è piaciuto. Certo, meno del primo, ma l’ho comunque trovato un film intelligente e coraggioso. Dopo averlo visto, comprendo la rabbia furente degli esaltati fanatici di fumetti che si aspettavano un film di supereroi e si sono trovati davanti una specie di musical. Comprendo pure la frustrazione dei fan del primo film, che speravano nella ripetizione dell’identico a cui Hollywood ci ha recentemente abituati. Però devo dire che il ragionamento fatto da Todd Phillips (proprio lui, il regista di Una notte da leoni) non fa una piega: non avendo né Mike Tyson né una scimmia a disposizione, questa volta ha deciso di fare un sequel che se ne frega di dare allo spettatore la solita minestra riscaldata del primo capitolo, ma che prova a fare uscire noi spettatori dal rincoglionimento generale in cui siamo finiti nostro malgrado tutti quanti.
Quando gli studios ti danno carta bianca per fare quello che ti pare, hai il dovere morale di fare saltare tutto per aria come il tribunale del film. E quale modo migliore di scardinare le aspettative, che realizzare una storia d’amore tra due squilibrati mentali? Perché alla fine, il sequel di Joker non è altro che una storia d’amore, tragica e romantica, anche se lo hanno etichettato tutti come un dramma/musical/thriller e con una miriade di altri sottogeneri, tranne l’unico che gli appartiene: love story. Chissà perché. Sembra di essere tornati ai tempi del primo Rocky, quando nessuno aveva il coraggio di ammettere che si trattava di una storia d’amore, neppure Stallone stesso che l’aveva scritto e interpretato.

Ma la vera grande genialità del film, è far credere allo spettatore di stare vedendo a un film realista, quando dal primo all’ultimo fotogramma assistiamo alla fantasia di due squilibrati mentali che cantano nelle loro teste per cercare una via di fuga dal mondo inquietante in cui sono intrappolati. E quando alla fine del film [SPOILER ALERT] il Joker trova finalmente il modo di scappare di galera, accoltellato a morte sulle note della stessa That’s Life di Sinatra che chiudeva il primo film, ecco che il cerchio si chiude. La cosa che amo di più dei gangster movies (altro sottogenere che stranamente non viene associato al film), è che è l’unico genere che può far morire i protagonisti senza che produttori e investitori scassino i coglioni, perché alla fine i cattivi meritano sempre di essere puniti, e in questo caso se lo meritano pure gli spettatori, per essersi seduti davanti allo schermo pensando di vedere il solito film di supereroi, e sono finiti per innamorarsi di una Lady Gaga bella e irraggiungibile come solo una vera diva del cinema sa essere. Alla faccia dei chirurghi estetici e dei nasi tutti uguali.
Adesso basta, mi sono stufato di scrivere, anche se ci sarebbe ancora tanto altro da dire. È finalmente venuto il momento di vedere il trailer di Joker: Folie à Deux.
Ho grandi aspettative al riguardo.


