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Corsi e ricorsi statici camminando a rilento in via del Corso

È sabato, sono le 12.30, ricevo una telefonata: sono pronti i miei occhiali nuovi. Li vado a ritirare martedì, penso. Ho il treno per Bologna alle 14.50 e chiunque vive a Roma sa che non è umanamente possibile fare più di una cosa al giorno se ti muovi con i mezzi pubblici. In tanti nel corso nella storia hanno provato l’infilata di due appuntamenti mattutini o un paio di spostamenti pomeridiani, fallendo miseramente. Nel mio caso si tratterebbe di compiere un’impresa storica mai tentata prima: tram fino a piazza Venezia, traversata a piedi in solitaria su via del Corso fino al Ray-Ban store, quindi autobus per la stazione Termini. Per spiegare l’enormità dell’impresa, stiamo parlando di coprire 5 km e 400 metri in 2 ore 20 minuti, roba da Guinness dei primati. Ma le sfide perse in partenza esaltano il mio spirito non competitivo e decido di provarci.

Mi vesto di corsa, riempio il trolley con il mio kit di sopravvivenza bolognese invernale, controllo di avere guanti, sciarpa e berretto. Ricontrollo di avere guanti, sciarpa e berretto ma li nascondo in valigia per non essere deriso dalle baby gang romane che non hanno mai visto la neve in vita loro, e mi fiondo fuori dalla porta.

Il tram 8 arriva in 5 minuti, è l’unico mezzo di trasporto affidabile dell’intera città perché ha la corsia dedicata come nei film di fantascienza. Attivo il biglietto del bus con l’apposita app, visto che le edicole nei paraggi sono sempre senza biglietti perché tanto non li compra nessuno, e sul tram hanno tolto le biglietterie automatiche, ufficialmente perché erano sempre rotte e quindi la gente era autorizzata a non pagare (che è un modo diversamente abile di dire che non le riparavano mai quando si rompevano), e nel giro di 10 minuti scarsi sono già all’Altare della Patria.

Porgo le mie condoglianze al milite ignoto e mi dirigo verso qualcosa di ancora più ignoto: la folla di turisti di via del Corso. Mentre mi faccio largo tra la gente che viaggia a rilento sugli stretti marciapiedi rigorosamente affiancata ad amici, amanti e parenti allo scopo di prendere possesso dell’intera estensione del marciapiede pur di riuscire a intralciare gli altri pedoni, rifletto sull’ironia di chiamare via del Corso un posto in cui le uniche volte che qualcuno ci ha effettivamente corso, è stato tre anni fa durante l’ultima maratona cittadina.

Arrivo dall’ottico esattamente alle 13.30 e inizio la trafila dei test delle mie nuove protesi per gli occhi, facendo notare che vado di fretta perché ho il treno che mi aspetta. Le commesse gentilissime mi servono in coppia per accelerare i tempi: una mi raddrizza le stanghette, l’altra si occupa delle scartoffie, roba tipo mutuo bancario decennale perché stavolta di occhiali ne ho comprati tre. Adesso ho più occhi di un ragno.

Ray-Ban store stendardo

Visto che oggi rientro nella categoria di persone senza accento romano munite di trolley, mi sento autorizzato a chiedere consiglio sull’autobus da dirottare per arrivare in tempo in stazione. La loro risposta mi apre un mondo: «Ti conviene prendere la metro».
Strabuzzo gli occhi terrorizzato: la metro a Roma?! «Io sto a Trastevere», spiego, «la metro non è un’opzione per me».
Non so neppure se legalmente posso salirci sopra, non sono cittadino romano, non sono un turista, sono un apolide dei trasporti capitolini. Poi la metro si allaga quando piove, ha le scale mobili rotte, viene sabotata dai turisti islamici, e ci sono più preti e suore lì che in Vaticano. Non è un caso se l’ultima volta che ci sono salito sopra s’è dimesso il Papa teutonico: le azioni hanno conseguenze ma le commesse non paiono preoccuparsene.

«Ci metti 5 minuti», spiega, «sali alla fermata Spagna e in un paio di fermate sei a Termini».
Non sono persuaso: «E in autobus?», chiedo.
«In autobus ci metti di più, e poi non sai se arriva».
Giusto, siamo a Roma, a volte me lo scordo. Gli autobus svaniscono come nel triangolo delle Bermude.

Saldo il conto che costa un occhio della testa e fa immediatamente diventare dispari il computo totale dei miei occhi. Per consolarmi mi vengono rifilate tre custodie nere nuove fiammanti munite di panno per la pulizia delle lenti con tanto di QR code. Gli effetti del long Covid. Adesso che sono di moda li infilano ovunque quei maledetti quadratini bianchi e neri, in questo caso, però, qualche genio del marketing ha pensato di stamparlo bello ruvido e plastificato, per semplificare il riconoscimento da parte delle fotocamere degli smartphone. Se poi graffiano le lenti che sono preposte a pulire, chi se ne frega.

Nessuno può essere così folle da applicare carta vetrata su un panno di pulizia per gli occhiali. Le commesse convengono con me ma non possono dirlo, lo fanno semplicemente capire provando in tre a staccare il presunto adesivo con il QR code, che si rivela parte integrante dell’infernale dispositivo di pulizia. Un complottista direbbe che si tratta di una macchinazione ordita al fine di abbreviare il ciclo di vita delle lenti, ma io sono troppo pigro per cospirare e mi limito ad arrendermi alla molto più semplice e disarmante idiozia umana.

  • QR code
  • Sito Rat-Ban pagina pulizia lenti

Esco dal negozio esattamente alle 14.02, in perfetto orario. Approfitto del rider in bicicletta munito di un clacson da autotreno che apre in due la calca di pedoni, e m’incuneo nelle strette vie turistiche che conducono all’ingresso della metropolitana. Ho già attivato il biglietto sul mio smartphone, quindi non devo perdere tempo ad acquistarne uno alle macchinette.

Peccato che appena arrivo ai tornelli, il lettore non legge il codice a barre. Allora aumento la luminosità. Niente. La bigliettaia mi suggerisce di zoomare lo schermo, ma ancora niente, non c’è verso. È a quel punto che decide di concedermi l’onore di farmi passare. Il tornello si apre magicamente al mio passaggio, come fossi il Re di Spagna. Sento posarsi su di me gli sguardi d’ammirazione della plebe attorno a me per il nuovo Re di Piazza di Spagna. I benefici del biglietto elettronico.

La metro arriva dopo due minuti. Mi siedo nel primo seggiolino libero e controllo il display luminoso: “prossima fermata Cinecittà”. Mi sento già una stella del cinema, pronto per il capolinea Hollywood. Peccato che la fermata di Cinecittà sia la penultima; mi viene l’atroce dubbio che siano chiuse per guasto le prossime sedici fermate e ho paura di rimanere intrappolato per sempre nei pressi della casa del Grande Fratello.  

Le fermate si rivelano funzionanti e riesco a scendere alla stazione Termini: era semplicemente rotto il display luminoso. Chissà perché, Roma ha la capacità di spingerci sempre a pensare al peggio. Mi rimangono venticinque minuti, posso ambire addirittura al pranzo al sacco prima della partenza del treno. M’infilo nel primo baretto, scelgo un panino e vado alla cassa. Ci sono due cassiere e un cliente. Vado davanti alla cassa libera ma la cassiera finge di non esistere. Forse è un ectoplasma e solo io la posso vedere, tipo il bambino de Il sesto senso. O forse sono io il fantasma e sono morto. Devo appuntarmi di smettere di guardare Il sesto senso.

Nel frattempo, un tizio sui sessant’anni pronto a saltarmi davanti alla prima distrazione, ha creato in autonomia una terza fila di fianco a me, con lo spirito d’intraprendenza che solo gli abitanti di Roma che provano a fare i furbi sanno avere. Appena mi allontano dalla cassiera in stand by e mi accodo dietro al cliente dell’altra cassa, il furbetto malandrino si piazza davanti alla cassa fantasma e come niente fosse ordina un caffè all’unica cassiera con le batterie cariche, prima ancora che il cliente davanti a noi abbia liberato il posto.

«Scusi, c’ero prima io», faccio.
«Non l’avevo vista» risponde lo stronzetto.
«Certo che mi ha visto. Si è intrufolato appena mi sono spostato».
«Non c’ho fatto caso».
«No, ha fatto il furbo».
«Un Euro e venti», fa la cassiera, come un automa.
«Scusami», le dico, «ti ho appena detto che c’ero prima io».
«Ho già fatto lo scontrino e non si può annullare». Che è un modo per dire che non ha voglia di annullarlo o non è capace. È affascinante come questa città trova sempre un modo diverso per premiare i prepotenti.

Io lo prendo come un segno del destino e me ne vado. C’è chi è allergico ai crostacei, io sono intollerante ai maleducati. Mi aggiro alla ricerca di cibo educato e vengo attirato dai panini al prosciutto di un bar vegano. Il proprietario dev’essere un burlone, quindi provo. Mentre sto per mettere piede nel locale, un tizio mi supera di corsa e si precipita al banco trafelato.
«Un pacchetto di sigarette», chiede.
«La tabaccheria è più avanti», risponde lei.
Il tale prosegue di corsa, esce dalla parte opposta del locale e svanisce nel nulla.
La commessa scuote il capo e mi chiede cosa voglio.
Indico col dito: «Un panino al prosciutto».
«Te lo scaldo?» chiede sorridente.
«Sì, grazie».
Si arrampica sulla scansia per raggiunge la piastra.
«Me l’hanno messa qua. Ogni volta me devo arrampicà». Infila dentro il panino. «Dimmi tu quanto te lo devo scaldare, voglio che lo mangi come piace a te. Io ti consiglio di non scaldarlo troppo ma te lo faccio come preferisci tu».
Roma è questa: supreme teste di cazzo e persone incredibilmente gentili che convivono l’una a fianco all’altra, in un incomprensibile e delicato equilibrio.
«Un paio di minuti va bene» rispondo.
Due minuti dopo sistema delicatamente il panino in una borsina di cartone e lo copre di tovagliolini come fosse un neonato che non deve prendere freddo.

Attendo che sul tabellone compaia il binario del mio treno, quindi m’incammino verso il Frecciarossa che mi porterà a Bologna. Tiro fuori il cellulare e controllo il mio posto: carrozza 10. In pratica, una gita fuori porta. M’incammino assieme agli altri viaggiatori, sembra una scampagnata di gruppo a Lourdes. Il treno è talmente lungo che salgo più o meno all’altezza di Viterbo. Il mio vagone è semideserto, divoro il mio panino come uno che non mangia dalla sera prima, probabilmente perché è dalla sera prima che non mangio. A volte mi meraviglio quando le cose hanno perfettamente senso.

Tiro fuori dalla custodia i miei occhiali nuovi da lettura per la prova su strada con il romanzo che mi sono portato dietro. Le lenti sono piene di ditate, riesco miracolosamente a pulirli senza graffiarli con il malefico QR code e m’incuriosisco: chissà dove mi vogliono portare i draghi del marketing. Quando inquadro il quadrato bianconero con la fotocamera del telefono, ho l’ennesima conferma che il mondo è un posto meraviglioso: il link conduce alla pagina di manutenzione e pulizia delle lenti, una serie infinita d’istruzioni dettagliate su come detergerle e conservarle senza graffiarle. Le cose che danno un senso alla vita bisogna andare a cercarle, non sono mai sotto sotto i nostri occhi. Stavolta erano nascoste dentro un QR code.

Poco dopo il treno parte in perfetto orario. Mi abbandono contro lo schienale e mi rilasso soddisfatto: anche oggi sono sopravvissuto alle insidie capitali della nostra sgangherata capitale.

Bio Kill Bill

Ti sei svegliato un paio di ore fa ma sei ancora mezzo rincoglionito e non capisci perché. Forse hai dormito male, sarà stato il caldo, chissà. Vai in bagno e vedi la zanzara tigre posarsi sul muro e improvvisamente ti ritorna in mente tutto: la levataccia alle 5 del mattino per frugare nell’armadietto del bagno e cospargerti di spray alla citronella, le 4 punture su mano, spalla, scapola e un’altra che non ricordi ma da qualche parte c’è. Sai che è il momento della resa dei conti che capita una volta nella vita. Ora o mai più.

Ti muovi furtivo in cerca del primo asciugamano che trovi, lo pieghi in 4 perché hai visto il duello di Kill Bill tra Uma Thurman e Daryl Hannah nella roulotte di Micheal Madsen, e sai che un’arma troppo lunga può essere un serio problema in uno spazio angusto. Fai un lungo respiro, ti concentri, e vedi passare tutta la vita davanti ai tuoi occhi. Tutti i sacrifici, le gioie, le delusioni, le fatiche, sono servite ad arrivare qui. Non puoi fallire. Un’occasione così non ti ricapiterà più.

Fai partire un colpo secco micidiale più veloce di un dritto di Sinner che schiocca glaciale sulle piastrelle del bagno e capisci a cosa sono servite tutte le ore di tennis degli ultimi 4 anni. Guardi l’asciugamano terrorizzato di aver mancato il bersaglio ma poi vedi il piccolo cadavere spappolato. Il rosso del suo sangue, anzi del mio sangue, è un tutt’uno con il colore rosso dell’asciugamano. Stacchi il cadavere con un pezzetto di carta igienica e lo lanci nel WC perché non merita neppure una degna sepoltura. È in quel momento che ti rendi conto della natura maligna insita in ogni essere umano. Millenni di guerre e stermini e battaglie e bombardamenti hanno improvvisamente senso.

Ti siedi sul divano e rifletti sulla furia vendicatrice che ha preso il sopravvento e capisci che una volta tanto sei tu il cattivo: sei improvvisamente diventato Darth Vader. E non esiste più bella sensazione al mondo.

Bio Kill

Ho fatto una cosa a tre con Joker: Folie à Deux

Ieri sera ho finalmente visto Joker: Folie à Deux, dopo più di 10 mesi dalla sua uscita al cinema, perché tutti quanti ne avevano parlato talmente male che avevo finito per non vederlo, nonostante il primo Joker mi fosse piaciuto un casino. Strano, perché di solito per scegliere il film da vedere non mi faccio influenzare dagli altri, visto che seguo sempre una delle mie tre regole: 1) è diretto da un regista che mi piace; 2) sono nel mood di vedere esattamente quel film; 3) m’incuriosisce la storia.

Per storia intendo quelle due righe con le quali vengono mandati in giro i film, anche se a volte vengono scritte a cazzo dal distributore, e poi manomesse dallo streamer di turno che le deve fare rientrare in un numero di caratteri prestabiliti da qualche eminenza grigia che supervisiona ignoti programmatori oscuri verosimilmente fuggiti da una serie tipo Severance. Però, purtroppo, quelle poche righe di trama sono tutto ciò mi è dato di sapere sul film, per via della mia quarta regola: non vedo mai il trailer prima di vedere un film (li vedo sempre dopo, ma questa è un’altra storia, che prima o poi scriverò, magari su un tovagliolo di carta al ristorante mentre aspetto la pizza).

La quinta regola, che fino a ieri non era una regola, ma solo una tendenza che da oggi diventerà un precetto, è improvvisamente diventata la più importante di tutte: mai fidarsi delle recensioni, dei suggerimenti dell’amico, del rating di IMDB o Rotten Tomatoes o Metacritics, del pescivendolo sotto casa, dell’amico regista di film sperimentali, del cognato produttore di B movies, della moglie vincitrice di 3 Oscar, del conoscente che gestiva un noleggio di VHS negli anni Ottanta, dei consigli di Quentin Tarantino, dello spacciatore del parchetto all’angolo.

C’è poi una sesta regola, che a logica penso fosse la quinta, prima che la quinta diventasse una regola e relegasse quest’ultima in una sesta ma pur decorosa posizione: guardo sempre il sequel di un film che mi è piaciuto. Questa regola è sempre seguita da un avviso tra asterischi (*attenzione, le parole che seguono non sono adatte a un lettore particolarmente impressionabile*) perché ha generato un certo scalpore all’interno di certi ambienti fintamente intellettuali del mio cervello, e infatti da giovane non vedevo mai i sequel perché «tanto sono sempre delle stronzate che rovinano il film originale». Dopotutto, chi non si è mai svegliato nel cuore della notte sudato e tremante per via dell’incubo ricorrente di essere al cinema a vedere Matrix 2 con le porte sigillate dall’esterno e senza via di fuga, riuscendo però ugualmente ad aprirsi un varco verso l’esterno attraverso i tubi dell’impianto di condizionamento perché l’istinto di sopravvivenza fa fare cose impensabili, per ritrovarsi nella sala cinematografica a fianco dove viene proiettato Matrix 3 con le porte sigillate dall’esterno e senza vie di fuga? Il numero di sequel catastrofici è talmente alto, che ogni cinefilo che si rispetti ha imparato ad abbassare le aspettative in modo inversamente proporzionale al numero che segue il titolo originale (la tragedia dei sequel di Matrix è che non avevano numeri, si chiamavano Reloaded e Revolutions, anche se nessuno si ricorda mai quale venga prima e quale venga dopo: il numerino 2 e 3 se lo sono guadagnati sul campo, dopo ore ed ore di meritati fischi nelle sale di tutto il mondo).

Matrix-trilogy-meme

Però poi ti viene in mente che esiste Indiana Jones 3 che è più bello del primo, il Padrino Parte II che se non è meglio del primo (è meglio del primo) è almeno sullo stesso piano, la prima trilogia di Star Wars (che poi tecnicamente è la seconda, quindi anch’essa un sequel, anche se è stata prodotta vent’anni prima della trilogia originale). Più passano gli anni, e più capisci che non si può lasciare che un Rambo 2 o un Rocky 3 taglino per sempre le gambe a tutti i sequel della storia del cinema, anche perché non vedere sequel al giorno d’oggi significherebbe escludere il 90% dei film prodotti negli ultimi anni.

Insomma, quello che voglio dire è che il mio processo di selezione del film da guardare è piuttosto semplice: se un film rientra in una delle 3 regole, che poi sono 4, anzi sono appena diventate 5, ma poi c’è anche la sesta… lo devo assolutamente vedere. Punto.

Il problema è che la mia lista dei film da vedere è infinitamente lunga, e se qualcuno di loro nel momento in cui scrivo ha ricevuto un misero 31% da critica e pubblico su Totten Tomatoes (prima volta nella storia che pubblico e critica sono concordi al centesimo) e un 5.2/10 dal pubblico di IMDB, ma solo perché il calcolo che fanno non è matematico, bensì basato su una formula più segreta della ricetta della Coca-Cola, che non calcola la media aritmetica (su 168.000 votanti, 26.000 hanno dato al film il vota 1/10), allora qualche dubbio che il film possa essere effettivamente brutto ti viene.

Insomma, alla fine sono riuscito a decidermi a vedere Joker: Folie à Deux e, per i pochi temerari che sono arrivati a leggere fin qui, devo dire che mi è piaciuto. Certo, meno del primo, ma l’ho comunque trovato un film intelligente e coraggioso. Dopo averlo visto, comprendo la rabbia furente degli esaltati fanatici di fumetti che si aspettavano un film di supereroi e si sono trovati davanti una specie di musical. Comprendo pure la frustrazione dei fan del primo film, che speravano nella ripetizione dell’identico a cui Hollywood ci ha recentemente abituati. Però devo dire che il ragionamento fatto da Todd Phillips (proprio lui, il regista di Una notte da leoni) non fa una piega: non avendo né Mike Tyson né una scimmia a disposizione, questa volta ha deciso di fare un sequel che se ne frega di dare allo spettatore la solita minestra riscaldata del primo capitolo, ma che prova a fare uscire noi spettatori dal rincoglionimento generale in cui siamo finiti nostro malgrado tutti quanti.

Quando gli studios ti danno carta bianca per fare quello che ti pare, hai il dovere morale di fare saltare tutto per aria come il tribunale del film. E quale modo migliore di scardinare le aspettative, che realizzare una storia d’amore tra due squilibrati mentali? Perché alla fine, il sequel di Joker non è altro che una storia d’amore, tragica e romantica, anche se lo hanno etichettato tutti come un dramma/musical/thriller e con una miriade di altri sottogeneri, tranne l’unico che gli appartiene: love story. Chissà perché. Sembra di essere tornati ai tempi del primo Rocky, quando nessuno aveva il coraggio di ammettere che si trattava di una storia d’amore, neppure Stallone stesso che l’aveva scritto e interpretato.

joker-folie-a-deux-trailer-ufficiale

Ma la vera grande genialità del film, è far credere allo spettatore di stare vedendo a un film realista, quando dal primo all’ultimo fotogramma assistiamo alla fantasia di due squilibrati mentali che cantano nelle loro teste per cercare una via di fuga dal mondo inquietante in cui sono intrappolati. E quando alla fine del film [SPOILER ALERT] il Joker trova finalmente il modo di scappare di galera, accoltellato a morte sulle note della stessa That’s Life di Sinatra che chiudeva il primo film, ecco che il cerchio si chiude. La cosa che amo di più dei gangster movies (altro sottogenere che stranamente non viene associato al film), è che è l’unico genere che può far morire i protagonisti senza che produttori e investitori scassino i coglioni, perché alla fine i cattivi meritano sempre di essere puniti, e in questo caso se lo meritano pure gli spettatori, per essersi seduti davanti allo schermo pensando di vedere il solito film di supereroi, e sono finiti per innamorarsi di una Lady Gaga bella e irraggiungibile come solo una vera diva del cinema sa essere. Alla faccia dei chirurghi estetici e dei nasi tutti uguali.

Adesso basta, mi sono stufato di scrivere, anche se ci sarebbe ancora tanto altro da dire. È finalmente venuto il momento di vedere il trailer di Joker: Folie à Deux.
Ho grandi aspettative al riguardo.

Campagna di sensibilizzazione “investi un pedone”

Il diritto a parcheggiare in doppia fila dei romani è come il diritto al porto d’armi per gli americani: inviolabile e sancito dalla costituzione. La cosa interessante è che nel 100% dei casi le auto sono strategicamente posizionate immediatamente prima delle strisce pedonali, in modo da nascondere il pedone che attraversa per agevolarne l’investimento. E nel rarissimo caso in cui il pedone non viene investito perché un’auto si ferma in tempo e riesce a dargli la precedenza, il povero pedone verrà comunque investito dall’auto dietro, che nel 97% dei casi avrà superato l’auto che si è fermata per dare la precedenza, colpendo il pedone a una velocità del 50% superiore per via dell’accelerazione dovuta al sorpasso (un’auto che si ferma a dare la precedenza viene percepita come un guasto nel 99,4% dei casi).

Tutto questo per dire che, generalmente, se ci si trova a guidare nel traffico e un pedone spunta davanti a noi, è preferibile investirlo piuttosto che fermarsi, per evitare che venga colpito dall’auto in sorpasso dietro di noi, che viaggerà a una velocità superiore alla nostra di almeno 20km/h. Considerando che un pedone investito a 40km/h rispetto a uno che viene investito a 60km/h, riporterà fino all’80% di ferite in meno, diventa chiaro che investire un pedone può significare salvare una vita. Anche perché, nonostante tutte le cose negative che i maligni dicono sul traffico romano, la gente che viaggia immobile per le strade della capitale si sposta ancora per far passare l’ambulanza, rendendo altamente probabile il soccorso del povero pedone sotto al nostro paraurti anteriore, che abbiamo appena sottratto dai pericoli della strada.

A riprova della grande efficienza delle ambulanze e dei servizi ospedalieri, nel 2024 sulle strade della capitale sono morti soltanto 50 pedoni, per un totale di appena 500 bipedi attraversanti falciati nell’ultimo decennio, nonostante il costante impegno e la grande dedizione dei parcheggiatori in doppia fila che fanno di tutto per contrastare l’annoso problema delle persone che vogliono raggiungere il lato opposto della strada.

Partecipa anche tu alla campagna di sensibilizzazione “investi un pedone”, passaparola e condividi: potresti contribuire a salvare una vita.

strisce-pedonali-finite

Italia – Germania quasi 4 a 3

Giovedì 20 marzo 2025, ore 21 passate.
Accendo la TV per guardare una serie Apple, e scopro che c’è Italia-Germania valevole per i quarti di finale di Nations League, come direbbe un giornalista sportivo della RAI. Chissà perché i giornalisti RAI parlano sempre come i Carabinieri. L’Italia vince 1-0 e sta per iniziare il secondo tempo. Gasato, decido di guardare la partita, visto che il telecronista e quell’esaltato che gli sta di fianco dicono che stiamo giocando benissimo. Dopo 4 minuti, la Germania pareggia: decido che porto sfiga e mi metto a guardare la serie TV.
La serie è una di quelle classiche robe la cui prima stagione è molto bella, allora viene rinnovata per una seconda stagione di 10 episodi senza che nessuno abbia la più pallida idea di come farla proseguire, quindi va a finire che gli sceneggiatori hanno idee per soli 4 episodi ma devono allungare il brodo per altri 6. Morale: 300 minuti di vuoto cosmico tra i primi due episodi e gli ultimi due, in cui hai tempo per pensare al senso della vita e quelle stronzate lì. Risultato: mi chiedo cosa stia facendo l’Italia, stoppo e metto su Rai 1.
Partita sull’1-1, l’esaltato di fianco al telecronista fa uscire aria dalla bocca come un pallone da calcio bucato da un vecchio che detesta i bambini. Un minuto dopo, calcio d’angolo, colpo di testa e la Germania va in vantaggio 2-1. Visto che sono ottimista, guardo il bicchiere mezzo pieno e mi congratulo con me stesso per l’intuizione precedente: portavo effettivamente sfiga e avevo fatto proprio bene a mettermi a guardare la serie.

Domenica 23 marzo 2025, ore 20.45 in punto.
Stavolta so che gioca l’Italia e mi posiziono sul divano per godermi la partita. Uno, due e tre e finisce il primo tempo con l’Italia sotto 3-0. La Germania fa talmente in fretta a fare gol che la regia se ne perde addirittura uno, quello di mezzo.
Mi avvilisco, ordino da asporto, e mi metto a guardare una serie TV. Una diversa però, perché l’altra l’ho finita e mi ha fatto schifo, anche se a dire il vero finita è una parola grossa perché gli sceneggiatori non sapevano a tal punto che pesci pigliare che hanno deciso di chiudere con un cliffangherone gigante, uno di quelli che neppure nei feulietton francesi degli anni dieci del secolo scorso, anche se qui l’eroina invece che finire appesa sull’orlo di un dirupo finisce (forse?) bruciata viva. Visto che gli sceneggiatori moderni non copiano, citano, credo che fosse probabilmente una citazione di Masterchef.

Il problema è che la serie Amazon che mi metto a guardare è peggio dell’altra. Molto peggio. La sera prima avevo visto il primo episodio, una roba scritta male e oltretutto piena di pubblicità messe lì a cazzo, con la classica puntata pilota stile anni ‘90 che viene da augurarsi sia stata scritta dall’intelligenza artificiale, perché se questa è la gente in carne ed ossa che scrive, allora è bene che la razza umana si estingua, quantomeno lavorativamente parlando. L’unico motivo per cui mi metto a guardare la seconda puntata è la curiosità di vedere se effettivamente va a parare proprio là dove mi aspetto. Dopo 10 minuti di noia, lancio un’occhiata allo smartphone: l’Italia ha fatto gol, 3-1. Continuo a guardare la serie nel disinteresse più assoluto sia per il risultato della partita sia per la serie. Dopo altri 10 minuti di agonia, lancio nuovamente un’occhiata al telefono: l’Italia è sotto solo 3-2.
Mi torna in mente Italia-Germania 4-3 e non voglio rischiare di perdere una partita che potrebbe diventare il sequel di Italia-Germania 4-3, il film con Bentivoglio e Cederna di un regista che non ricordo e che sono troppo pigro per andare a cercare su Google. Sarebbe un’idea geniale da proporre all’algoritmo di Amazon, un film identico ma ambientato nel 2025, stessi dialoghi, stesso tutto, però i personaggi hanno lo smartphone. Genio. Se solo conoscessi un’intelligenza artificiale a cui proporlo, diventerei ricco. Peccato.

È per questo che decido di cambiare canale: mancano 10 minuti alla fine e me li voglio proprio godere. Lo so che porto sfiga, ma non posso rischiare di perdere un momento epocale per lo sport italiano. L’esaltato di fianco al telecronista è più esaltato del solito, usa iperboli isteriche condite da urla gutturali che riescono a dare la carica al flemmatico telecronista, che sempre flemmatico rimane, ma con un po’ più di adrenalina in corpo. Ora sembra l’Uma Thurman di Pulp Fiction dopo che John Travolta gli ha iniettato una siringa di adrenalina dritta nel cuore, ma non un attimo dopo l’iniezione, un’ora dopo, in auto, mentre lui la riaccompagna a casa.

Non l’ho mai sentito così pimpante! Sento che siamo a un passo dall’impesa storica, mi guardo intorno e cerco d’immagazzinare ricordi per poter dire tra vent’anni: “la sera che l’Italia vinse contro la Germania 4-3 ero in casa che guardavo una serie di merda e ho ancora stampato nel cervello il colore delle pareti: erano bianche, bianche come un cadavere”.
L’Italia galoppa in avanti, l’esaltato di fianco al telecronista dice che stiamo giocando da Dio, il primo tempo è solo uno sbiadito ricordo. Il telecronista si rammarica per un rigore prima dato e poi annullato dal VAR, “era rigore!”, sostiene stizzito come un bambino che fa le bizze. “Era rigore!” gli dà spago l’esaltato al suo fianco. Ma c’è ancora tempo, non è finita. Poi poco dopo è finita, ma c’è il recupero. 6 Lunghi minuti di recupero. “Nel calcio può accadere di tutto”, ci ricorda il flemmatico telecronista dimentico del fatto che in Italia ogni singolo essere umano viva in funzione del calcio e sappia pertanto perfettamente che nel calcio vige il luogo comune che possa succedere di tutto, anche se in realtà non succede quasi mai una sega. Poi, però, una partita su 80 viene decisa da gol all’ultimo minuto di recupero, e allora per le 79 partite seguenti i telecronisti dicono che nel calcio può succedere di tutto, perché gli sponsor hanno investito una vagonata di soldi e ci tengono particolarmente a tener vivo l’interesse di noi rincoglioniti davanti alla TV.

E quando meno te lo aspetti, al terzo minuto di recupero, un tedesco decide di dare un cazzotto alla palla in mezzo alla sua area regalandoci un rigore. A Dortmund cala il gelo, il telecronista e l’esaltato di fianco al telecronista sono in estasi, siamo a un passo dalla storia. Un calciatore che non ricordo, che per comodità chiameremo “il rigorista”, va sul dischetto e segna dagli undici metri con estrema freddezza, come direbbe un giornalista sportivo della RAI: 3-3. Siamo all’assedio finale, sento nelle vene quel po’ di adrenalina residua della siringa di John Travolta, è un momento talmente epico che se fosse una serie TV Apple finirebbe qui, appesa al parapetto delle gradinate dello stadio per un anno e mezzo, in attesa che agli sceneggiatori arrivi il bonifico giusto per sbloccargli alcune idee riciclate.
E invece andiamo avanti verso l’inevitabile finale al cardiopalma. È il bello della diretta direbbe un presentatore RAI. Contropiede, batti e ribatti in area, cross al centro e tiro fuori. Succede di tutto in quei tre minuti, o almeno così sembrerebbe ascoltando con una benda davanti agli occhi l’esaltato di fianco al telecronista. In realtà non succede nulla, nonostante i 3 minuti e mezzo di recupero concessi alla fine dei 6 minuti di recupero ufficiali, che se li concedessero alla Juventus, il ministro della giustizia sarebbe chiamato immediatamente a riferire in parlamento. Non c’è neppure un tiro in porta, e la partita si spegne lentamente e senza sussulti, come un malato terminale stanco di lottare. Fine.

Grato di aver finalmente visto in diretta uno dei 4 gol della tre giorni calcistica dell’Italia, spengo la TV prima delle interviste post-partita, orgoglioso della nostra nazionale, che mi ha evitato di sorbirmi la fine della seconda puntata di quella serie logorroica che stavo guardando. Per quanto faccia cagare, alla fine anche il calcio può servire a qualcosa.
Visto che sono ottimista, mi viene in mente che nonostante l’idea del sequel di Italia – Germania 4-3 sia stata clamorosamente naufragata dagli eventi, da questa serata di merda posso quantomeno tirarci fuori un articolo del mio blog.
Allora mi armo di tastiera e inizio a scrivere dell’ennesima serata sprecata della mia vita, nella speranza di tramandarla ai posteri, sperando di contribuire a sprecare almeno un po’ delle loro inutili esistenze.

Alla ricerca delle mutande

Commessa merceria

«Sto cercando degli slip da uomo».
«Slip o boxer?»
«Slip».
«Abbiamo questi in filo di scozia».
«Vanno in asciugatrice?»
«Certo, è filo di scozia!»
Leggo l’etichetta.
«L’etichetta dice che non vanno in asciugatrice».
«Però se vuole ce li mette».
«Sì, però poi si restringono».
La commessa scossa la testa contrariata».

Commessa negozio Intimissimi

«Sto cercando degli slip. Possibilmente senza elastico».
«Quindi in cotone? »
«Sì».
«Abbiamo questi modelli».
«Vanno in asciugatrice?»
«Niente di cotone va mai in asciugatrice».
«Tutti i miei slip e le mie t-shirt di cotone vanno in asciugatrice».
«Se il cotone è di qualità non va in asciugatrice».
«Ma io asciugo tutto l’intimo in asciugatrice quindi mi serve qualcosa che ci vada».
«È lei che mi ha chiesto degli slip di cotone».
«Sì, ma che vadano anche in asciugatrice».
«Niente di cotone va mai in asciugatrice».
«Ok, grazie. Arrivederci».

Commesso Oviesse

 Trovo finalmente gli slip di cotone che vanno in asciugatrice.
«È possibile provare gli slip in camerino?»
«Certo, può provarli, ma non quelli perché sono in un pacco da due».
«Quali posso provare allora?»
«Quelli nello scaffale in basso che sono singoli».
«Ma sono un modello diverso. Io vorrei capire se devo comprare una L o una M».
«Le taglie sono uguali per tutti i modelli».
«Ma cambia la vestibilità e quelli dello scaffale in basso sono completamente diversi».
«Quelli nello scaffale in basso si possono provare».
«Ho capito, ma a me servirebbe provare quelli che voglio comprare».
«Le taglie sono uguali per tutti gli slip».
«Le taglie non lo metto in dubbio, ma cambia il modello».
«Ma lei lo deve provare per capire se è della misura giusta?»
«Sì».
«Allora può provare quelli dello scaffale in basso».
«Forse non ci capiamo. Vorrei acquistare questo modello che ho in mano e vorrei provarlo prima per evitare di tornare a cambiarlo».
«Può provare quelli dello scaffale in basso. Le taglie sono uguali per tutti gli slip».
Lo guardo come si guarda un palo della luce un attimo prima di andare a sbatterci contro in bicicletta. Rimane fermo a fissarmi in attesa di una mia risposta. Lo frego e gli faccio una domanda:
«Le taglie sono uguali per tutti gli slip?»
«Le taglie sono uguali per tutti gli slip», conferma.
«Grazie».
Provo la L degli slip dello scaffale in basso: mi vanno bene. Compro quelli della confezione da due che avevo in mano: arrivo a casa e mi sono grandi.
Torno al negozio per cambiarli perché la vendetta è un piatto che va servito freddo, ma del commesso nessuna traccia. Probabilmente è in pausa pranzo che sta scaldando al microonde il mio piatto freddo.

Le tipologie di tennista amatoriale

I 7 TIPI DI TENNISTA AMATORIALE

IL BOMBARDONE

Incarnazione tennistica del maschio alfa, pensa di essere più bravo degli altri semplicemente perché tira più forte. Crede di meritare sempre la vittoria perché fa più vincenti, senza capire che non valgono tre punti come i tiri da 3 nel basket.
Detesta gli scambi lunghi, un po’ perché si annoia, un po’ perché non li regge fisicamente.
È molto esigente con se stesso e si arrabbia puntualmente per i propri errori, come se i meriti dell’avversario non fossero mai stati inventati. Ogni volta che tira fuori una palla si dispera come se avesse sbagliato un calcio di rigore a porta vuota, lanciando sempre il solito messaggio: “di solito queste palle mi entrano tutte, non so oggi cosa mi stia succedendo”.
Cerca sempre di fare punto al primo colpo tirando da qualsiasi posizione una bomba atomica: o fa punto, o lo regala all’avversario. Il problema è che, così facendo, finisce per giocare da solo.
Il suo scopo è divertirsi (però solo lui).

IL SALUMIERE

Gli piace affettare ogni palla, non perché crede di essere più forte degli altri: sa di essere più forte. Gode nel fare palle corte e trasformare l’avversario in un giocatore scarso, con palle in back che non si alzano da terra. L’ultima volta che ha giocato un topspin, le racchette erano ancora di legno.
Ama giocare con palle sgonfie, e ogni volta che a inizio partita tira fuori un tubo dalla sacca, mente puntualmente sul numero di ore di gioco: “c’avrò fatto al massimo 5-6 ore”, quando in realtà gioca con quelle palle da quando andava alle elementari.
È il tipico giocatore che non vuole solo partecipare alle feste, vuole avere il potere di farle fallire.
Il suo scopo è fare giocare male l’avversario.

IL MARATONETA

Riflessivo, razionale e percettivo, si adegua al gioco dell’avversario e ne studia i difetti per usarli contro di lui. Capisce subito i punti deboli dello stile di gioco altrui e ne inquadra subito la personalità, per avviare un’estenuante battaglia mentale.
Ama correre e allungare gli scambi all’infinito, gode nel recuperare le palle corte, rincorrere i pallonetti, sgroppare in lungo e in largo per il campo.
Vede il tennis come un gioco d’azzardo, quindi tirerà forte un vincente solo quando sarà certo di avere alte probabilità di fare il punto. Non ama rischiare, gli piace vincere mentalmente andando a raccogliere dalla spazzatura qualsiasi pallina, riportandola sempre indietro come un cane da riporto. L’avversario, dopo il ventesimo scambio, al posto della racchetta avrà la sensazione di avere in mano un boomerang.
È spesso molto loquace e usa le parole per fare uscire l’avversario dalla partita. Parla all’infinito con rivale, spettatori e semplici passanti, e se nessuno gli dà corda, può tranquillamente mettersi a parlare con se stesso. Non ha bisogno di concentrarsi perché nulla lo può distrarre.
Il suo scopo è aspettare che l’avversario sbagli.

IL DELTAPLANO

Gioca sempre al volo, va a rete ogni volta che può e spesso anche quando non dovrebbe. Adora fare il serve and volley anche se la prima palla non è abbastanza potente o lui non è sufficientemente veloce.
Gode nel parare tutti i colpi come un portiere e diventare un muro che rimanda di là tutto. Se provi a fargli un pallonetto, piuttosto che giocare una palla da fondo, tirerà uno smash persino a 12 metri di distanza dalla rete.
Affetta tutto, con lo scopo di riuscire ad avanzare contro le trincee nemiche come un soldato durante la Prima Guerra Mondiale. L’attacco in backspin è l’inevitabile preliminare prima del sesso, in attesa del climax sotto rete.
Ama giocare in doppio, ovviamente banchettando sotto rete, che abbandonerà solo per i propri turni di servizio e risposta, sentendosi un esiliato come Napoleone a Sant’Elena.
Il suo scopo è fare punto a rete.

IL MEGALOMANE

A causa del suo ego smisuratamente narcisista, è convinto di saper fare tutto. Servizio, vincenti da fondo, volè: non c’è colpo che non creda di primeggiare. È per questo che non ha sviluppato uno stile di gioco.
Non riflette sulla tattica visto che crede di non averne bisogno, è come la nazionale brasiliana di calcio ai tempi di Pelè: troppo concentrato sul fare gol per abbassarsi a difendere.
Non pensa mai all’esistenza dell’avversario, se perde è perché ha giocato male lui. In compenso, quando perde si arrabbia puntualmente con il povero sventurato dall’altra parte del campo, reo di non giocare alla sua altezza barando con colpi poco nobili. Il salumiere è il suo acerrimo nemico perché vive per farlo sbagliare (ma lui questo probabilmente non lo sa), mentre la sua nemesi è il maratoneta, che detesta più di ogni altra cosa.
È il bambino che sale sul trampolino della piscina e urla alla mamma “guarda come sono bravo” prima di tuffarsi.
Il suo scopo è dimostrare a tutti quant’è bravo.

LO SVIZZERO

Non si espone alla sfida e preferisce restare neutrale.
Non ama la competizione, non vuole fare partite, solo palleggi. Detesta il servizio, ha paura di fare troppi doppi falli, quindi preferisce non mettersi in gioco. È scettico nei confronti dello scontro agonistico, più preoccupato di quello che potrebbe perdere in autostima, che di quello che potrebbe guadagnarci in fiducia nel proprio tennis.
Fa spesso lezioni con il maestro, quindi sa giocare tutti i colpi, ma è consapevole che quando inizierà a giocare le partite, inizialmente le perderà tutte. Spesso insicuro, altre volte talmente orgoglioso da non voler rischiare la figuraccia di una sconfitta perentoria.
È quello che alle feste non balla e non si ubriaca mai.
Il suo scopo è fare attività sportiva e divertirsi (e perdere è la cosa meno divertente che esista).

IL CAMPANARO

È un architetto mancato, alza campanili talmente alti che in confronto il campanile di San Marco è un piano ammezzato. Vuole vincere a ogni costo, persino a costo di rinunciare a giocare a tennis, un po’ perché è troppo competitivo, un po’ perché non ha mai veramente imparato come si gioca.
Per evitare il trauma della sconfitta ha deciso di prendere l’avversario per noia nella speranza di provare a portare a casa qualche partita in più. L’ultima volta che ha fatto un vincente, i primi esseri monocellulari iniziavano a muovere i primi passi nel brodo primordiale terrestre. Per compensare questa lacuna ha deciso di diventare un maratoneta che ributta indietro qualsiasi colpo infliggendogli una parabola altissima e flemmatica che decolla verso il cielo per non fare più ritorno come uno Shuttle che esplode dieci secondi dopo il decollo, ma poi contro ogni legge della fisica fa lentamente ritorno sulla Terra come una capsula spaziale con i paracadute aperti nel disperato tentativo di ammaraggio. L’avversario, ipnotizzato, non può fare altro che assistere con la bocca aperta al miracolo delle leggi della fisica che si disvela davanti ai suoi occhi dopo ogni singolo colpo.
Il suo scopo è vincere a qualsiasi costo.

I SOTTOGENERI
(possono rientrare in ciascuno dei 7 tipi)

IL PROFESSORE

Dispensa consigli tecnici e tattici dall’alto della sua (spesso presunta) esperienza. Inevitabilmente, ogni consiglio è volto a trasformare l’avversario in un clone di se stesso. Se tira il rovescio a una mano, sottolineerà tutti gli svantaggi di avere un rovescio a due mani; se ama giocare a rete, pontificherà sull’importanza d’imparare ad attaccare e chiudere con una volè; se affetta tutte le palline, suggerirà di desistere dal giocare in topspin.
Finché è avanti nel punteggio, i suoi suggerimenti durante i cambi di campo sono mossi da un genuino spirito di altruismo che lo spinge ad aiutare l’avversario a migliorarsi. Appena va sotto nel punteggio, i suoi consigli si assottigliano fino a scomparire, un po’ perché resi improvvisamente obsoleti dalla tragica realtà del risultato, un po’ per non rischiare di peggiorare il punteggio.

MR. VINTAGE

Ama il tennis di una volta, gioca con racchette demodé da almeno 20 anni. Cita sempre tennisti che erano in attività quando aveva 15 anni.
Non crede in Dio, solo in Borg, McEnroe, Sampras o Federer, a seconda dell’età anagrafica.
Rimpiange i tempi andati in cui c’erano i giocatori veri che non giocavano solo da fondo, non sparavano servizi a 220 km/h, e non giocavano il rovescio a due mani.

L’IPERCOMPETITIVO

Per lui il punteggio è tutto. Quando durante le amichevoli finisce il tempo in punteggio di parità, deve per forza giocare il tie-break per decidere chi vince la partita. Ricorda sempre i risultati delle partite passate, e quando perde non dorme sonni tranquilli finché non ha giocato (e vinto!) la rivincita.
La prima cosa che chiede agli altri giocatori quando entra negli spogliatoi a fine partita è: “Hai vinto o hai perso?”, subito dopo spiega l’andamento del punteggio e i momenti chiave del suo match.

L’ADHD

Ha il deficit dell’attenzione, lo disturba tutto e si distrae con niente. Chiede di rigiocare il punto se passa un uccello nel cielo, o se cade una foglia da un albero. Guai a rivolgergli la parola ai cambi di campo altrimenti si deconcentra. Non si ricorda mai il punteggio, ma se l’avversario chiama i punti lui si distrae, quindi le partite contro di lui sono sempre sull’orlo del disastro diplomatico.

L’ OCCHIO DI FALCO

Non chiama mai il punteggio perché è convinto di ricordarlo sempre senza sbagliarsi mai, e che anche l’avversario sia un computer come (si crede) lui. Lo infastidisce l’avversario che chiama il punteggio dopo ogni punto e che chiama gli out, per questo lui non chiama mai fuori una palla, né con la voce né a gesti, generando profondo fastidio da parte di chi ha la sfortuna di stare dall’altra parte del campo.
Ha l’occhio di falco installato nel cervello e pensa di non aver mai sbagliato a contare il punteggio in vita sua: se provi a contraddirlo, scatta la rissa verbale. Non ammetterà di aver commesso un errore a contare i punti, neppure dinnanzi all’evidenza o sotto tortura.

IL NUTRIZIONISTA

Ha sempre la scorta di banane nella borsa, che non manca mai di mordere a ogni cambio di campo. Ha diverse borracce con un tipo d’integratore diverso per ogni fase del match. Attribuisce alla nutrizione il 90% dell’importanza, per questo non perde tempo in lezioni di tennis e neppure a migliorare la propria tecnica, che è rimasta la stessa dal primo giorno che ha preso in mano una racchetta.

IL DECOUBERTINIANO

Sottolinea continuamente che l’importante è divertirsi, ma quando perde vorrebbe morire. Il suo reiterato spirito olimpico è funzionale a non mettere troppe aspettative nel risultato finale. Nonostante ricordi sempre a tutti che l’importante è partecipare, si dimentica spesso di ricordarlo a se stesso.

10 Mandaranci

Compro 10 mandaranci. Sono buonissimi, li finisco subito.
La volta dopo ne compro 20. Fanno schifo e mi trovo col portafrutta invaso da roba immangiabile. Mi riprometto: la prossima volta ne compro meno.

Quindi compro solo 10 mandaranci. Sono buonissimi, li finisco subito.
La volta dopo rischio e ne compro 20. E puntualmente fanno schifo.

Al supermercato sono titubante, sto per inserire l’undicesimo, ma la recente esperienza m’insegna a non fidarmi. E puntualmente sono buonissimi.
La volta dopo vado sul sicuro, ne compro 20, stavolta è la volta buona. E incredibilmente, a sorpresa… fanno schifo.

Allora decido di comprare solo 10 mandaranci. Arrivo a casa e vado sul sicuro. Già pregusto il momento in cui mangerò dei gustosissimi, saporitissimi mandaranci. Li assaporo uno alla volta, li apprezzo fino in fondo, perché so che la prossima volta non sarò così fortunato.

La morale della storia è che bisogna apprezzare le cose finché le abbiamo?
Assolutamente no. Il mondo non è una fiaba.
La morale è questa: assaggiamo i mandaranci subito dopo averli comprati, e se sono buoni, compriamone altri 10.

L’Odissea di Iliad

Tutto è iniziato quando ho deciso che era arrivato il momento di avere un secondo numero di cellulare, come i capitani d’industria e i mariti fedifraghi. Il problema è che, come capita sempre ai soldati semplici d’industria e ai mariti che vengono beccati dalla moglie, il numero non si attiva.
Potrebbe essere la fine della storia, anzi, dovrebbe essere la fine della storia, se fossi così saggio da accettare la sconfitta e tornare mestamente alla mia vita di prima con la coda tra le gambe. E invece, eroico e stoico quanto Don Chisciotte, decido di battermi contro i mulini a vento di Iliad nella speranza di riuscire ad attivare la mia eSIM da €4.99 solo chiamate e senza Internet, più €9.99 di attivazione.

Ma partiamo dall’inizio, che coincide con la fine, la fine del mondo moderno e il conseguente ritorno all’età delle caverne, perché essere il proprietario di una eSIM virtuale che non funziona è un po’ come essere un Homo Erectus che ha appena scoperto il fuoco in piena estate ma non ha ancora inventato il barbecue. Quando entro nell’Unieuro più vicino e mi avvicino alla famigerata colonnina di Iliad, ancora non so che i geni del marketing stanno spacciando per un’Iliade, quella che sta per trasformarsi in un’Odissea. Appena la signorina con il nome omerico stampato sulla schiena come fosse un calciatore, mi chiede se il mio iPhone supporta la SIM elettronica, mi torna in mente che non è più come una volta, quando entravi in un negozio e chiedevi informazioni sui prodotti in vendita. Adesso sono le commesse che ti chiedono informazioni:
«Che modello di iPhone ha?»
«15 qualcosa».
«È sicuro che supporta l’eSIM?»
«Non sapevo neppure che l’eSIM esistesse»
«Ci deve navigare?»
«Mi basta stare a galla».
Cento domande dopo optiamo per il piano da 40mb di dati e minuti illimitati a €4.99 al mese, per sempre, come i diamanti e l’AIDS. Sì, perché notoriamente i piani di Iliad non subiscono rincari fino alla fine dei tempi. In un mondo pieno di precarietà, possiamo quantomeno aggrapparci a un’unica certezza: la tariffa di Iliad. Almeno finché non decidiamo di cambiarla.

La signorina Iliad mi guida nell’inserimento dei miei dati personali, digitando al posto mio le informazioni che le detto. Le sue unghie picchiettano contro il touch screen a ritmo regolare senza mai colpire i tasti virtuali con i polpastrelli. Mi domando se sia un’abitudine figlia della pandemia oppure se abbia semplicemente le unghie troppo lunghe. Alla fine degli inserimenti arriva il momento della registrazione del video in cui «guardando l’obiettivo, mi raccomando» mi viene chiesto di dire «Mi chiamo Andrea Bacci e scelgo Iliad», come ultimo testamento da lasciare ai posteri. Appena termino la registrazione, ho la matematica certezza che tra centomila anni, quando la razza umana sarà ormai estinta da novantanovemila, questo sarà l’unico video superstite che gli alieni troveranno, in un pianeta popolato ormai di soli gatti e scarafaggi.
Iliad è per sempre.

La gentile signorina è dispiaciuta quando mi comunica che non potrà assistermi nell’attivazione della mia eSIM nuova fiammante, perché bisogna attendere che la pratica venga processata e mi venga spedito per email il link di attivazione impacchettato dentro a un QR code, ma mi rassicura che l’attivazione è semplicissima e, nel caso, per qualsiasi problema posso chiamare il servizio clienti al 177 oppure recarmi all’Iliad Store, dove possono fornirmi assistenza tecnica, morale e psicologica, nonché prendersi carico di tutte quelle incombenze per le quali la colonnina dello spazio Unieuro non è preposta, che mi elenca una ad una. Informato di tutti i talloni di Achille della mia Iliade, lascio il negozio senza niente in mano, senza un nuovo numero, senza risposte, ma con tante domande.

La prima vera risposta me la dà il mio telefonino nel preciso momento in cui inserisco il codice di attivazione contenuto nel link, contenuto nel QR code, contenuto nell’email che ricevo un minuto dopo che arrivo a casa: numero non attivo.
È in questo preciso momento che decido di chiamare il 177 per avere assistenza. Dopo un minuto di slalom tra i vari menù, riesco a parlare con il primo operatore, che dopo un’attesa di cinque soli minuti mi dà udienza; appena il tempo di spiegare il mio problema che cade la linea. Ricomincio la trafila, premo i vari tasti in corrispondenza delle opzioni e in breve mi viene data soluzione al mio problema: l’eSIM va attivata dopo aver tolto la SIM fisica dal telefono. A volte i problemi sono più facili da risolvere di quello che si crede.
Tolgo la cover dal telefono, quindi tolgo la SIM, inquadro nuovamente il QR code e attivo finalmente l’eSIM, che però… non si attiva.

Non mi perdo d’animo e chiamo nuovamente il call center: giusto il tempo di spiegare il mio problema che cade la linea. Parte la prima bestemmia e mi congratulo con il mio self control che mi ha permesso di arrivare fin qui senza smadonnare. Mi dovrebbero santificare. Richiamo il 177, spiego il mio problema e mi viene data una nuova soluzione: il codice di attivazione va inserito manualmente, non bisogna fare copia e incolla dall’email. Spiego cortesemente che non cambia nulla se lo inserisco manualmente o faccio copia e incolla, dal momento che verifico sempre che non ci siano spazi quando copio e incollo password e simili. Però lui insite che è quella la soluzione, allora propongo di farlo in diretta mentre sono al telefono con lui, peccato che la nuova soluzione vada sommata a quella vecchia, pertanto non posso restare al telefono perché se tolgo la SIM fisica che sto usando per telefonare, cade la linea. Risultato: metto giù, tolgo la SIM, scansiono il QR code, inserisco il codice di attivazione manualmente, e l’eSIM non si attiva. Irritato mi riattacco al telefono e parlo con l’operatrice del 177 dopo i canonici cinque minuti di attesa: appena il tempo di spiegare il problema che la linea cade. Non batto ciglio, ricomincio daccapo e mi viene fornita l’ennesima soluzione idiota: inserire manualmente anche l’indirizzo SM-DP+ che si trova sotto il QR code. Metto giù, tolgo la SIM, scansiono il QR code, scrivo D4R1VF3EH1G5P3KK, quindi frm.prod.ondemandconnectivity.com, rileggo bene per accertarmi di non aver commesso errori e, sorpresa, l’eSIM non si attiva.

Richiamo e faccio notare che tutte le soluzioni non funzionano e chiedo di parlare con un reparto specialistico, un superiore, il fondatore dell’azienda, o anche solo un semplice azionista. Mi viene risposto che sopra di loro non esiste nessuno. M’immagino l’operatore del call center all’ultimo piano di un grattacielo di Manhattan con vista su Central Park.
«Se tutte le nostre soluzioni non funzionano, significa che è un problema del suo iPhone. Deve chiamare il loro supporto tecnico».
Mi congratulo per lo scaricabarile e chiamo la Apple. Quando la voce femminile del menù mi chiede di trattare con gentilezza l’operatore che sta per rispondermi, capisco che stanno già mettendo le mani avanti. Spiego il mio problema e mi viene fatta una diagnosi dell’iPhone da remoto che non riscontra problemi, quindi mi viene suggerito di resettare i dati di rete del mio dispositivo. Unica controindicazione: così facendo perdo tutte le password di tutte le reti Wi-Fi che ho salvato nel dispositivo. Non è una cosa che voglio fare perché passerei un anno a reinserire password, allora mi viene proposta una soluzione alternativa. Resettare l’iPhone. Chiedo perché dovrei preferire un’alternativa che oltre a cancellarmi le password Wi-Fi mi cancella anche tutti gli altri dati, mi viene riposto che non ci sono altre alternative. Anzi, l’alternativa c’è: chiamare il supporto tecnico di Iliad.

E così faccio, spiego che il supporto tecnico di Apple ha verificato che non ci sono problemi al mio telefono e quindi il problema è il loro. Dopo un rapido consulto sull’almanacco delle risposte, mi viene suggerito di… chiamare il supporto tecnico di Apple.
I call center sono la prova che Dio non esiste. Secoli di studi teologici e filosofici a dibattere dell’esistenza di Dio, quando basta avere a che fare con un qualsiasi operatore telefonico per rendersi conto che nessuna divinità degna di questo nome avrebbe mai creato qualcosa di così aberrante.
È a quel punto che il senzadio telefonico, con un colpo di coda inaspettato, mi fornisce una soluzione alternativa: andare all’Iliad Store più vicino. Mi sento fortunato che non mi è stato suggerito di andare allo store più lontano e decido d’imbarcarmi per la mia Odissea. Saluto Argo come Ulisse prima di partire per Troia, lascio a casa il cavallo, e m’incammino a passo rapido verso il negozio che raggiungo in soli 10 minuti. Appena entro, fuori inizia il diluvio universale e lo prendo come un presagio. Leggo alla commessa il bignami dei miei due poemi omerici ma non la vedo convinta. La imploro di sostituirmi l’eSIM bacata con una funzionante, ma lei mi guarda con aria di superiorità (ci manca solo che mi parli lentamente e ad alta voce come si fa con gli anziani e gli stranieri) e mi spiega che deve per forza funzionare. Come prova, solleva il suo iPhone e mi dice che ci sono sette eSIM al suo interno. «Ma non c’è la mia!», la incalzo io, prima di lanciare una scommessa: se non riuscirà a installare la mia SIM virtuale sul suo telefono, me la dovrà sostituire senza battere ciglio. Prima di lanciarsi nella dimostrazione pratica, però, le devo dimostrare che, effettivamente, la procedura d’installazione nel mio telefono non funziona. Dopo essermi esibito nell’arte della SIM bacata per la prima volta davanti a un pubblico (speranzoso che l’installazione fallisca nuovamente per non fare la figura del coglione) e aver udito per la milionesima volta il mantra «Deve andare all’assistenza dell’iPhone», arriva il momento tanto atteso dell’esibizione in Iliad-store-visione della gang bang telefonica tra otto schede SIM e un solo telefono. È in quel momento che mi chiedo il motivo che spinge la ragazza che ho davanti ad avere sette numeri di telefono. Sarà mica una spia del KGB?

Quando l’eSIM non si attiva e la commessa è costretta ad ammettere che è difettosa, tiro finalmente un sospiro di sollievo. Mentre mi fa la pratica di rimborso mi sento come un maratoneta che ha appena trionfato alle olimpiadi: stanco e sudato. Sudato, sì, perché nel negozio c’è l’aria calda del riscaldamento pompata al massimo, visto che in pieno inverno tengono la porta aperta per attirare i clienti come le puttane nel quartiere a luci rosse di Amsterdam. Il caldo soffocante mi attanaglia la gola e mi secca il respiro a tal punto, che tutte le volte che inizio una frase mi viene da tossire. Ma la sofferenza fisica è nulla in confronto alla grande soddisfazione di essere riuscito in sole quattro ore a passare da essere possessore di un solo numero di telefono, a non essere più possessore di due numeri di telefono.

Magra consolazione, la commessa m’informa che esiste la tariffa a €1,99 con 200mb di dati, 50 minuti e 100 SMS, ovviamente per sempre, che fa proprio al caso mio e mi consente di risparmiare rispetto alla tariffa che l’altra signorina mi aveva consigliato. “Se non si attiva neppure questa” penso, “va a finire che per la prossima tariffa mi pagano loro”. Ma appena arrivo a casa, la SIM si attiva al primo colpo e mi commuovo pensando ai meno abbienti che sopravvivono con un solo numero di telefono e sogno il giorno in cui arriverò anch’io ad avere sette numeri di telefono. Sognare non costa nulla.

Il problema dei 3 compleanni

Oggi è il mio compleanno, e come tradizione ormai consolidata, è venuto il momento di comprare il libro che inizio il giorno del mio compleanno. Sono infatti anni che ho deciso di leggere un nuovo libro ogni 3 aprile per sopperire alla mancanza di celebrazioni, visto che è dal giorno del mio trentesimo compleanno che non festeggio più il Natale personale. Non perché non amo i festeggiamenti, non li amavo neppure quando lo festeggiavo, semplicemente perché a 31 anni mi sono reso conto che non c’era più niente da festeggiare.

E allora è partita questa splendida tradizione che ha una sola regola: il libro deve essere acquistato il giorno del mio compleanno e diventare così il mio regalo di compleanno. Tutto molto bello, c’è solo un problema: sono un disastro a fare i regali di compleanno. Sono bravissimo a fare i regali decontestualizzati, che so, vedo una cosa in un negozio che potrebbe piacere alla persona X e allora la compro e ci azzecco sempre. Però sono un disastro sotto stress, quando si avvicina la deadline e devo assolutamente comprare un regalo, però non so cosa, giro i negozi e niente, allora vado online, però online non va bene perché se poi non arriva in tempo non ho il regalo, allora torno nei negozi e all’ultimo minuto compro qualcosa di puntualmente sbagliato.

Insomma, tutto questo per dire che gli ultimi due compleanni ho comprato due libri che non mi sono piaciuti al punto tale che non li ho mai finiti, e non posso permettermi di commettere lo stesso errore per il terzo anno di fila. Ne va della mia autostima, se non riesco neppure a fare un regalo che piace a me stesso, sono proprio senza speranza. Poi per fortuna l’altro giorno, appena ho finito di guardare “Il problema dei 3 corpi”, ho capito come risolvere il problema: comprare “Il problema dei 3 corpi”. La serie TV mi è piaciuta, so già in linea di massima cosa succede, ci sono buone probabilità che il libro mi piacerà, che azzeccherò il regalo e che farò un gran figurone con me stesso.

E in più risolverò l’annoso problema di dover aspettare minimo un anno per sapere come va a finire la storia, che poi non finirà e dovrò aspettare un altro anno e via così. Quanto mi fa incazzare questa cosa delle serie TV, l’attesa è una cosa a cui non siamo più abituati. Vogliamo tutto e subito, vogliamo essere certi che le cose ci piacciano, pretendiamo certezze e non ci facciamo più sorprendere dalle cose perché l’ignoto ci spaventa troppo. La nostra vita è il sequel di un prequel che spera prima o poi di diventare un reboot ma finisce per essere un pessimo remake.

Allora non ci resta che aggrapparci alle poche certezze che abbiamo, il compleanno che ritorna puntuale a ricordarci che è passato un altro anno, che per fortuna siamo ancora vivi e ancora un po’ vegeti, che siamo troppo conservatori per leggere un libro non di carta, ma sufficientemente progressisti da sperare che un libro di fantascienza scritto da un cinese che ha avuto l’ispirazione guardando allo stadio la partita di calcio tra Cina e Sampdoria possa realmente piacerci.

Questo sarebbe un bel finale, però sento il bisogno di aggiungere che non sto scherzando, infatti stamattina, il primo articolo che ho letto appena ho preso il cellulare in mano per cercare il nome dell’autore del libro, tale Cixin Liu (non so qual’è il nome e quale il cognome), è un articolo di Repubblica in cui lo scrittore racconta davvero questa cosa che sembra uscita da un trailer di Maccio Capatonda, cioè che nel 1994 era in piccionaia allo stadio a vedere la Sampdoria di Gullit (sembra che Gullit abbia davvero giocato nella Samp, non è la trama di un libro distopico) e vedendo da così lontano i 22 giocatori ha pensato alle stelle, alla distanza tra i pianeti, ecc… E allora ho pensato che con un ufficio stampa che fa un tale sforzo per fargli sparare cazzate perfettamente personalizzate per ogni singolo mercato nazionale, valesse decisamente la pena di contribuire all’arricchimento di un povero scrittore asiatico che trent’anni fa non poteva permettersi di vedere i calciatori in scala 1:1.

Detta così, a pensarci bene, non c’è verso che mi piaccia ‘sto libro. Porca troia, ho scazzato il regalo anche quest’anno!

La gelateria di Dalì

Prima che a Trastevere arrivassero le gelaterie veramente buone, come quelle che sono abituato a trovare a Bologna, c’era una gelateria in cui andavo sempre. Circondato da gelati immangiabili, era l’unico per cui valesse veramente la pena di pronunciare la frase “andiamo a mangiare un gelato”. C’era solo un problema: il nome.

Gelateria Ping. Non che fosse un problema di per sé, ma per diversi anni mi sono chiesto che senso avesse chiamare una gelateria come un ristorante cinese. Ogni volta che arrivavo a piedi, leggevo l’insegna e scuotevo il capo prima di entrare, come uno di quegli anziani brontoloni che si lamentano tra sé e sé dei bambini che giocano a pallone, senza neppure prendersi la briga di bucargli il pallone. E infatti non mi sono mai azzardato a chiedere lumi sull’origine di quell’eccentrico nome, per non correre il rischio di venire bandito ed essere costretto a tornare a Bologna ogni volta che voglio mangiare un gelato decente.

Poi una sera sono in casa e mi viene un impellente desiderio di gelato, però è tardi. Troppo tardi. So che d’estate la gelateria è aperta fino a tardi, ma è quasi mezzanotte e voglio evitare di uscire per niente. A quel punto ho l’illuminazione e decido di telefonare. Cerco su Internet “Gelateria Ping” e non compare nulla. Allora vado sul sito delle Pagine Bianche e faccio la stessa cosa senza risultati. L’unico risultato simile è una tale gelateria Ping Pong che risulta essere nello stesso quartiere, ma so per certo non essere lei: la mia gelateria si chiama Ping! Esattamente come il ping che misura il tempo di latenza delle reti Internet. Chissà, forse il proprietario è un nerd appassionato di computer. In ogni caso, del numero di telefono non c’è traccia e nel frattempo si è già fatta mezzanotte passata e decido di non rischiare.

Una settimana dopo passo in macchina davanti alla gelateria di rientro verso casa e lancio un’occhiata distratta all’insegna: Gelateria Pong. Non riesco a crederci, ero convinto che si chiamasse Ping. Assurdo. Ecco perché non sono riuscito a trovare il numero di telefono. Scrollo il capo dinnanzi alla mia memoria ballerina e mi viene persino il dubbio di essere un po’ razzista per aver confuso un Pong con un Ping, dopo che per anni ho schifato i ristoranti cinesi in favore di quelli giapponesi.

Mi piacerebbe poter dire che la storia ha un lieto fine, ma come spesso accade, anche questa volta la vita aveva in serbo per me un triste destino, il giorno che per la prima volta mi dirigo verso la gelateria camminando sul marciapiede opposto rispetto a quello che percorro arrivando da casa mia. Quando arrivo davanti alla mia rivendita abituale di gelato, quello che mi si para dinnanzi agli occhi è una delle più grandi epifanie della mia intera esistenza: per la prima volta riesco a vedere l’insegna della gelateria nella sua interezza.

Insegna gelateria Pino Pong
L’insegna vincitrice del premio Marketing Creativo di Pechino, che si legge all’orientale da destra a sinistra, ma anche nel romanesco tradizionale da sinistra a destra.

Gelateria Ping Pong. Sicuramente non è stato un genio del marketing a ideare l’insegna (che qualche anno dopo è stata sostituita con una un po’ più chiara), visto che è leggibile soltanto guardandola da una certa angolazione come l’Abramo Lincoln di Dalì, però bisogna essere anche abbastanza rincoglioniti per non aver neppure lontanamente provato a fare una minima deduzione logica. Ma del resto io sono così, posso passare davanti a tutti gli Abrami Lincoln del mondo, ma per quanto mi sforzi l’unica cosa che riesco a vedere è un culo di donna. Che ci volete fare?

Gala contemplating the mediterranean sea
Le vedete le chiappe nude della donna? No? Allora provate a ingrandire la foto. Non vedete Lincoln? Provate a rimpicciolirla. Se lo vedete in un museo, invece, dovete allontanarvi o avvicinarvi dal quadro, con il rischio di bruciare preziose calorie essenziali per arrivare alla caffetteria di fianco al gift shop.